Qualità della vita, qualità della morte

Articolo di Ella Bittel originariamente pubblicato dalla rivista The Latham Letter, autunno 2008

Momo

Quando venne l’ora per Momo di andarsene, a Ella fu chiaro che né gli studi veterinari tradizionali né quelli olistici l’avevano preparata a sostenere un animale morente. Questa foto fu scattata un giorno prima del trapasso naturale di Momo, che segnò l’inizio dell’impegno di Ella a imparare sempre di più sull’assistenza terminale agli animali e a diffonderla.

Non ci sono dubbi al riguardo, anche se non ci fossero degli studi a dimostrarlo: i nostri compagni animali si sono aperti la strada col loro amore nelle nostre famiglie e sono pochi i custodi di animali che si vergognano ad ammettere che i loro amici a quattro zampe sono i loro “bambini”. Condividiamo con loro letti e stoviglie, scegliamo per loro cibi con ingredienti che ricordano la lista della spesa di uno chef di alta cucina, e il cuscino sulla vecchia poltrona di nostro nonno, che per il resto appare davvero invitante, porta un cartello invisibile ad avvertire i visitatori ignari: “Se non vi piacciono i peli di cane, non sedetevi.”

Lasciamo il nostro Bobi all’asilo per cani diurno lungo la strada per andare al lavoro, al pomeriggio lo portiamo alla scuola per cani e nel fine settimana dal parrucchiere, alias toelettatore. Ci siamo lasciati alle spalle il tempo in cui ci sentivamo in imbarazzo se ci dicevano che stavamo antropomorfizzando; siamo passati oltre: adesso abbiamo compassione per chi ci accusa, perché costui non deve aver mai goduto dell’affettuosa ed edificante presenza di una palla di pelo di amore, e nemmeno ha mai incontrato gli occhi di uno spirito a quattro zampe o due ali a connetterlo con la fonte del proprio vero essere.

Così come faremmo con un figlio umano, non abbiamo esitazioni quando ci si presenta una crisi di salute. Offriamo al nostro amato cure mediche sempre più sofisticate e facciamo l’impossible per ripristinare il suo benessere e la sua felicità.

Ma quando diventa chiaro che la guarigione non è più possibile, molti custodi di animali si trovano di fronte a un vuoto grande quanto un abisso a separare il trattamento normalmente riservato a un membro umano della famiglia e quello riservato a uno animale. Anche se la legislazione lo permettesse, non accetteremmo facilmente il consiglio di un medico che ci dicesse che la cosa più gentile da fare per il nostro bambino umano, che non mangia più e il cui corpo è ormai irrimediabilmente preda di una malattia terminale, è di fargli un’ultima iniezione. Anche con il più profondo desiderio di alleviare la sua sofferenza, non prenderemmo tanto in fretta, e probabilmente nemmeno mai, la decisione di porre termine alla vita di nostra figlia di tre anni che lotta contro il cancro solo perché ormai le sue brutte giornate superano in numero quelle buone.

veglia per Fudge

Offrire cure terminali a un animale può richiedere molto tempo ed energia e può essere esseniale ottenere il sostegno di altre persone. Qui, Ella si è unita a Karen per vegliare su Fudge.

Magari siamo fra quelli che chiedono la libertà di porre termine anche alla sofferenza di un essere umano, quando la morte sembra inevitabile. Ma guardiamoci in faccia: quando ci viene data quella libertà, solo in rare eccezioni facciamo una tale scelta. Da dieci anni la Legge sulla Dignità della Morte ha reso legale l’assunzione di una dose letale di farmaci da parte di persone con malattie terminali nello stato dell’Oregon, negli Stati Uniti. Qual è il risultato di dieci anni di possibilità di scelta tra una morte rapida e una lenta? Solo una persona su diecimila ha preso quelle pillole.

La volontà di essere sottoposti a una morte assistita, solitamente espressa da individui fisicamente capaci e che conducono una vita indipendente, frequentemente cambia una volta che la persona raggiunge quello che in precedenza aveva identificato come il suo “limite di tolleranza”. Questo è risaputo tra chi lavora nell’hospice per umani.

Alla luce di tutto ciò, davvero crediamo che il desiderio di vivere dei nostri animali, per quanto in condizioni compromesse, sia tanto inferiore al nostro da giustificare l’attuale pratica standardizzata di sottoporli a eutanasia? Certo, così come può risultare rassicurante per i residenti dell’Oregon sapere di avere nelle proprie mani il potere di porre termine alla propria vita, è un grande sollievo sapere che abbiamo a disposizione l’eutanasia se tutti i nostri tentativi di garantire all’animale un comfort accettabile dovessero fallire. Abbiamo detto “accettabile”: accettabile per chi? Per noi, i custodi? Per i nostri partner, i coinquilini, o forse per il nostro veterinario? Siamo proprio certi che la nostra percezione umana corrisponderebbe con quello che un animale giudicherebbe un livello accettabile di disagio?

La frase: «So che questo animale voleva morire perchè aveva sempre adorato il cibo e aveva smesso di mangiare» è stata pronunciata molte volte, come l’eco di un mantra. Eppure non è sufficiente a lenire una sensazione di disagio che cova nel profondo di noi. Tendiamo a “tornare a occuparci di mille faccende” dopo aver preso quella che ci viene assicurato essere la “scelta migliore”, ma forse dovremmo fermarci per un po’ per poter riuscire a individuare quei dubbi che ancora rumoreggiano sotto una copertura quasi subconscia. Era davvero la scelta giusta al momento giusto?

Non che sia di qualche beneficio sentirsi in colpa o rimpiangere una scelta ormai irreversibile, ma allo scopo di poter fare possibili scelte future meglio informate, potremmo sforzarci di dare un’occhiata a questo esempio.

Forse non avevamo semplicemente alcuna familiarità con le forme assunte dal processo di morte quando questo avviene secondo tempi propri? Forse non eravamo consapevoli del fatto – ben noto in ambito umano – che il corpo non desidera più assumere cibo quando è occupato a chiudere bottega? Questo fatto di norma non causa disagio nella persona morente, tuttavia non manca mai di allarmare quei parenti che non sanno quale sia il normale processo del morire: comunemente confondono la possibile perdita di interesse per il cibo con il morire di fame. Un corpo morente semplicemente non ha più bisogno di carburante per un futuro che non ci sarà. Ma questo non equivale con il venire meno, da parte del morente, della volontà di sperimentare tutto ciò che sta avvenendo.

Ma è importante? Quanto possono essere preziosi, quegli ultimi giorni, quando vengono trascorsi solamente restando sdraiati, necessitando di essere regolarmente voltati per evitare le piaghe da decubito, e il regolare cambio del pannolone assorbente per l’urina, da parte di colui che ha ricevuto così tanta gioia dalla compagnia del suo amato amico a quattro zampe nel corso di tutti i suoi precedenti anni? A che scopo, invece di porre semplicemente fine a una tale situazione, prendersi il tempo di offrire piccoli pezzetti di cibo nel caso fosse ancora interessato, o piccoli sorsi d’acqua, una carezza amorevole e parole di rassicurazione ed affetto?

Se sentiamo che l’amore per il nostro animale è così simile a quello per un bambino, cos’è che ci spinge a prenderci cura per un essere umano morente senza porre domande? Ha a che fare solo coi nostri geni, o si tratta forse di quella vaga sensazione che dice che il valore della vita non è lineare e oppone resistenza all’essere misurato in termini di abilità possedute, non più possedute o mai possedute? Se la morte non è la fine dell’esistenza di un individuo, potrebbe forse il morire rappresentare un ulteriore atto di nascita con il quale, con un certo laborìo, ci adattiamo a una nuova vita?

È umano avere paura della morte, specialmente quella di coloro che amiamo. Eppure proprio lo stesso amore che ci connette con i nostri figli umani e animali forma il nucleo della nostra capacità di porre in discussione nozioni preconcette sulla morte e sulla sofferenza, di informarci per tempo su come possiamo prepararci non solo ad affrontare, ma ad abbracciare l’ultima stagione della vita e la sfida estrema che può rappresentare il sostenere coloro che amiamo quando arriva il tempo dell’addio. Potremmo scoprire che sostenere un animale morente ci dona l’opportunità di prepararci ad essere pienamente presenti anche per un altro essere umano morente e per la nostra stessa inevitabile dipartita, in qualunque momento essa si annunci.

Traduzione di Elena Grassi

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