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Quando un cane ci cambia la vita Articolo pubblicato sulla rivista Il Mio Cane n. 77 luglio 2001 È ormai risaputo: la presenza di cani e gatti fa bene alla salute, responsabilizza, facilita la socializzazione. Questo vale per tutti. Ma per chi è caduto in fondo a un baratro, non c’è limite a ciò che un cane può fare, finanche i miracoli. Nello scorso numero della rivista, ci siamo lasciati con una promessa: quella di proseguire il discorso sui cani di assistenza per disabili. Allora vi ho raccontato le speranze e i propositi dell’Accademia internazionale per lo studio della comunicazione col cane di Bracciano (RM), che sta avviando la propria attività di addestramento in questo settore. In questo numero vi offriamo la testimonianza di Nina Bondarenko, che è stata tra i fondatori, nel 1993, della Canine Partners for Independence, associazione inglese che da ormai circa otto anni opera in questo campo. Nina era in Italia per aiutare gli “esordienti” amici italiani con la sua esperienza e i suoi consigli, e io ne ho approfittato per chiederle di raccontarci il suo punto di vista e qualche storia di vita vissuta. Prima però vorrei fare una breve parentesi per ringraziare di cuore Allen Parton. Egli è il protagonista, insieme al suo cane Endal, delle foto che illustrano queste pagine, che lui stesso ci ha messo a disposizione. Sue sono anche le didascalie che le commentano. Lo ringrazio per la sua collaborazione, il suo impegno, il tempo che ci ha dedicato, ma soprattutto per la lezione di vita che ci ha dato (vedere il riquadro “Allen ed Endal”). Ci eravamo lasciati con queste parole di Nina. Perché hai scelto di aiutare l’“Accademia” in Italia? «Ci sono in giro tante persone che vogliono improvvisarsi addestratori di cani da assistenza e non hanno la minima idea dei problemi dei disabili e della responsabilità che si assumono nei confronti di queste persone. Ma quando trovo delle persone serie che sanno quello che stanno facendo, offro volentieri la mia esperienza. È molto importante che il maggior numero di persone possibile possa beneficiare di questi cani, perché essi hanno uno straordinario potere di cambiare la loro vita.»Motivare... «Sì. Inizialmente addestravo Rottweiler per il cinema, la televisione, la ricerca, il salvataggio, l’agility e la difesa. Si tratta di una razza che non può essere forzata a fare nulla. Se cerchi di forzare un Rottweiler a fare qualcosa nella maniera che vuoi tu, di norma sei destinato a fallire. Vogliono fare di testa loro. Così dovetti imparare come utilizzare le loro capacità mentali, motivarli a fare le cose “per se stessi”, in modo che trovassero piacere e appagamento nel risolvere i problemi e nel raggiungere qualcosa di cui erano orgogliosi. Coi miei cani, invece di cercare di fargli fare qualcosa, lasciavo che imparassero da sé, e lavoravo duro per motivarli e per capire ciò che li motivava. Così, quando iniziai ad addestrare i cani per l’assistenza ai disabili, avevo già ben chiaro in mente come si fa a insegnare a un cane a pensare da sé e a imparare attraverso la ricompensa e la motivazione. Mi era anche già capitato di addestrare un Rottweiler per un uomo paraplegico, in Australia. Era incredibile, quell’uomo non poteva usare le mani, e il cane trainava la sua sedia a rotelle per varie miglia ogni giorno, oltre a fare numerose altre cose. Ed era molto professionale quando era in servizio. Quando non stava lavorando, poteva anche fare amicizia con gli altri cani, bighellonare, e fare tutto ciò che fanno i cani normalmente, ma quando lavorava per il padrone, anche se incontrava altri cani faceva finta di non vederli. Era cosciente della sua responsabilità. Amavo questa sua abilità di dire: “ora no, in questo momento è importante che io stia qui”.» ...e premiare «Praticamente da subito. Quando allevavo Rottweiler iniziavo ad insegnare loro delle cose fin dal giorno dell’inizio dello svezzamento. A quattro settimane, quando gli offrivo i primi pezzetti di carne, dovevano sedersi per averli. Insegnavo loro molte cose tra le 4 e le 7 settimane, prima che passassero al nuovo padrone, solo attraverso le ricompense. Ho applicato lo stesso metodo coi cani da assistenza: inizio coi cuccioli e inizio a motivarli, attraverso il gioco e i bocconcini, ad usare il cervello.» Cosa sono i “puppy walkers”? «Alla CPI, non teniamo i cuccioli presso di noi, ma li affidiamo a delle famiglie di volontari. Queste persone non si limitano a prendersi cura dei cuccioli per circa un anno e a farli socializzare correttamente, abituandoli alla vita di famiglia, ma iniziano anche l’addestramento. Ogni settimana, la famiglia viene al centro insieme al cucciolo e noi insegnamo loro cosa fare. La maggior parte sono persone che non hanno mai addestrato un cane in vita loro. Ma col nostro metodo di addestramento, e con il clicker (vedere numero scorso, n.d.R.), è facile insegnare loro come impartire al cane i primi rudimenti. Quando il cucciolo ha sei mesi, iniziano a frequentare i negozi, e insegnano al cane a prendere il portafoglio, poggiare le zampe sul bancone della cassa, dare il portafoglio al cassiere, e prenderlo indietro. E imparano anche a prendere oggetti dagli scaffali. Per loro fare queste cose è normale, è un divertimento. A quell’età, tutto è un gioco, e poiché l’addestramento non è mai coercitivo, tutto ciò che fanno lo fanno volentieri. Quando poi i cuccioloni tornano al centro per “rifinire” l’addestramento, sanno già tirare una zip, e sanno spingere, toccare, tirare, premere, ma prendono tutto come un gioco. Al termine dell’anno che trascorrono presso i volontari, conoscono ben 70 comandi. Quando iniziano il training avanzato, allora devono iniziare a fare sul serio e insegnamo loro ad essere accurati in ciò che fanno; che non basta tirare la manica di una giacca, ma che devono tirarla con attenzione e con calma. Insomma, imparano gradualmente a non avere più un comportamento infantile, pur mantenendo l’atteggiamento mentale del cucciolo che quello è un divertimento. Non vogliamo che nella mente del cane si formi l’idea che quello che facciamo fare loro è un lavoro duro, difficile, un obbligo spiacevole. Per loro deve rimanere un piacere “lavorare” per il futuro padrone.» Ma è tutto un gioco? A questo proposito, mi sorge una domanda. Abbiamo visto un video insieme di una dimostrazione di ciò che i cani sanno fare. Gli addestratori facevano la parte dei disabili, ma alla fine degli esercizi, si alzavano ovviamente in piedi. Il cane non percepisce un controsenso in questo? Voglio dire, non pensa qualcosa come: “ma come, prima gli ho fatto tutti quei servigi perché pensavo che non potesse alzarsi dalla sedia, e poi invece cammina benissimo?” Sto antropomorfizzando? Il cane ha qualche consapevolezza del senso del suo lavoro? «Durante l’addestramento no. Di fatto pensa forse che sia un gioco. Probabilmente non se lo chiede. Semplicemente si diverte a farlo. La cosa estremamente interessante, però, è che quando inizia a lavorare col disabile, il cane cambia atteggiamento. Quello stesso cane che hai visto nel video tirare violentemente la manica dell’addestratore per aiutarlo a togliersi la giacca, quando poi si è trovato a lavorare coi disabili nel corso in cui insegnamo loro a gestire il cane, prendeva la manica in bocca, poi tirava lentamente, osservando lo sguardo della persona per vedere la sua reazione. Di conseguenza dico: si può fare anche un bellissimo addestramento, ma è necessario che il cane abbia “cuore per il lavoro”; il cane deve mostrare istintivo interesse per la persona. Non tutti i cani sono portati per questo lavoro. Noi cerchiamo di testare i cuccioli per scegliere quelli che mostrano uno spiccato interesse per le persone rispetto ai loro fratelli di cucciolata.» Alla CPI utilizzate il clicker, il metodo che utilizzano anche all’Accademia e di cui abbiamo parlato lo scorso numero... «Sì. Ho iniziato a usare il clicker nel ‘95. Ho frequentato un seminario in America e mi sono immediatamente resa conto che sarebbe stato uno strumento molto potente per l’addestramento dei cani da assistenza. Io uso spesso anche la voce nell’addestramento, ma non tutti sanno usarla. Poiché i nostri cani passano in varie mani, è bene usare un “marcatore di eventi” impersonale e sempre uguale, per dare al cane un punto di riferimento. Il clicker è facilmente utilizzabile anche dal disabile e, se non è in grado di usare le mani, può essere sostituito da qualsiasi altro strumento che emetta un suono secco. Ne abbiamo approntati alcuni che si applicano sul bracciolo della sedia e che possono pigiare col gomito. Oppure possono anche emettere semplicemente degli schiocchi con la bocca.» Non si finisce mai d’imparare «Certamente. Un esempio lampante è Allen. Una volta si è trovato in difficoltà a un bancomat e il cane spontaneamente si è alzato per recuperare le banconote. Al corso gli avevamo insegnato cosa fare: premiare il cane per la sua iniziativa e dargli istruzioni su come comportarsi, con la voce e col clicker: prendi i soldi, dammeli, ecc. La volta successiva, oltre ai soldi il cane ha recuperato anche lo scontrino. E così la terza volta, Allen ha guardato Endal (il cane), e tanto per ridere gli ha detto: bé, se pensi di essere così intelligente, allora inserisci anche la tessera... E il cane ha preso la tessera e l’ha inserita nella feritoia.» Praticamente, si può insegnare loro quasi qualsiasi cosa... “Già, e ti rendi conto di quanto sia importante, per una persona su una sedia a rotelle, avere il potere di addestrare il proprio cane e poter dire: ehi, questo gliel’ho insegnato io! E Allen non aveva mai avuto un cane prima. Questo lo fa sentire forte e ha accresciuto la sua fiducia in se stesso e nel mondo. Un altro aspetto interessante del fatto di avere un cane di assistenza è che la gente che vede delle persone in carrozzella spesso non sa come rivolgersi a loro, non sa se parlare o fare finta di niente; ma se vedono un cane, deducono, giustamente, che quella persona è mentalmente presente ed in grado di conversare normalmente; il loro approccio cambia completamente. Un giorno Allen mi chiamò che era molto felice. Aveva sentito qualcuno dire: “Non disturbare l’uomo col cane, perché lo sta addestrando”. Immediatamente pensò: “Ehi, sono l’uomo col cane, non sono più l’uomo sulla sedia a rotelle!” Chi vede un disabile accompagnato da un cane non tende ad assumere il solito atteggiamento pietistico: “Oh, poverino”... anzi, sono incuriositi.» Un tramite verso il mondo «A questo proposito, la storia di Allen è esemplare. Secondo le sue stesse parole, Allen era arrabbiato col mondo e si trovava in un buco nero. Aveva avuto un incidente alla testa durante la guerra del Golfo (era un ufficiale della Marina inglese) e, oltre a perdere l’uso delle gambe, aveva anche perso buona parte della memoria. Non ricordava di avere dei figli, non riconosceva la moglie, la sua casa. Lui era un ufficiale con buone prospettive di carriera, e d’improvviso, si è trovato su una sedia a rotelle in una stanza di riabilitazione, seduto lì a giocare con strumenti e oggetti geometrici, cercando di ricordare chi fosse, e non trovava alcuna ragione per sforzarsi di fare una qualsiasi cosa. Gli dicevano: “Sforzati, dai, potrai recuperare un po’ del senso del tatto, potrai muoverti un po’ di più”. Ma a lui non importava più nulla. “Perché avrei dovuto? La mia vita non aveva più senso”, dice. E poi, quando è arrivato il cane, Endal, lui semplicemente continuava a fissarlo, e il suo messaggio telepatico era: “Ciao, che facciamo ora?”. Dai, viviamo! «Sì. Il cane è pieno di energia, guarda il padrone, scodinzola e lo invita all’azione: “Ehi, c’è il sole, usciamo, facciamo qualcosa!”. E Allen dice che quella è stata la più incredibile spinta verso la vita, lontano dal passato. E dice che semplicemente non poteva resistere. Il cane gli stava dicendo: “Dai, avanti, viviamo!”. Oggi Allen lavora per noi: risponde al telefono, tiene conferenze e dimostrazioni, lavora al computer, ci aiuta a raccogliere fondi, ed è una persona estremamente viva e comunicativa, mentre quando era tornato dalla guerra del Golfo se ne stava là in un angolo e non spiaccicava parola; se qualcuno gli si rivolgeva, farfugliava: “Chiedi a mia moglie”. Oggi è tutto un: “Il mio cane ha fatto questo, il mio cane ha fatto quello, e i cani da assistenza fanno questo e quest’altro...”. La sua vita è cambiata. Certo, non è quella che lui sperava che fosse, ma sicuramente è una nuova vita, piena di energia e di vitalità, ed è in grado di affrontare le cose che non funzionano, i problemi che incontra, perché prende forza dal cane, e il cane ha sviluppato una sua forza interiore, perché ha capito che quest’uomo ha veramente bisogno di lui e che quest’uomo è veramente profondamente grato per tutto ciò che fa per lui. Insomma, si crea una relazione davvero speciale. Voi siete un po’ dei talent scout; cercate di scovare quei cani che hanno una particolare tendenza alla devozione verso l’uomo, a formare un tutt’uno con lui. «Sì. E quando è successo che qualcuno ha dovuto separarsi dal proprio cane perché magari non poteva più occuparsene o perché il cane aveva avuto un qualche incidente, queste persone hanno detto che era come se qualcuno stesse tagliando via una parte di loro. Il cane e il disabile non sono due esseri che stanno insieme, ma diventano un unico nuovo essere. Quindi, chiunque intenda addestrare cani per i disabili, deve rendersi conto di quanta responsabilità si assume per la vita di queste persone, di quanto rispetto deve avere per lo sforzo che esse fanno, e di quanta attenzione devono avere. Il cane come “soggetto pensante” «È così. Molti addestratori non si rendono conto che è la loro ristrettezza mentale a limitare le possibilità di apprendimento del cane. Finché non dai la possibilità al cane di dire: “Hmmm, come posso risolvere questo problema?” e osservare cosa fa; fino a quando non dai al cane questa possibilità, non saprai mai cosa il cane è veramente in grado di fare. «Pauline è un’anziana signora di 74 anni, che soffre di sclerosi multipla ed ha anche avuto un infarto. È paralizzata alle gambe e ha problemi di coordinazione. Angus era un cane molto ansioso. Al centro eravamo soliti chiamarlo, con un gioco di parole, “anxious Angus” (Angus l’ansioso, n.d.R.). Qualunque cosa lo preoccupava: “Lo sto facendo bene? Ho capito quello che mi hai chiesto?”. Non era un cane facile e stavo quasi pensando che non fosse adatto a fare assistenza. Ma quando arrivò Pauline, sembrò fatta apposta per lui. Lei gli parla in continuazione: “Oh, Angus, sai, oggi è martedì, e tu sai cosa faremo oggi, vero? No? Allora te lo dico. Prima di tutto...” e bla bla bla. Questa voce soffice e melodiosa ha uno straordinario effetto calmante su Angus. Bene, Pauline ha anche grossi problemi di memoria, ed è stato quasi impossibile insegnarle gli ordini, ma sembra che lei ed Angus riescano a capirsi ugualmente a meraviglia. Lui riesce a captare dai suoi discorsi le parole chiave, come “prendi”, “raccogli”, “borsellino”, e così via. BOX 1 BOX 2 BOX 3 |
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