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Attivazione mentale: Articolo pubblicato sulla rivista Passione Cani n. 6 del 2002 Qualche tempo fa ho avuto la fortunata opportunità di partecipare a un seminario dell’educatrice e addestratrice svedese Inki Sjosten. Non sono un’esterofila per partito preso, ma devo dire che il suo metodo propone un approccio per alcuni versi innotivativo e comunque decisamente interessante. Non mi propongo certo di presentarvi in un articolo tutto il metodo di addestramento di Inki Sjosten; per questo vi rimando al suo libro (vedere box “Chi è Inki Sjosten?”). Vorrei invece concentrarmi su un modo di intendere il cane e la mente del cane decisamente originale, ovvero sulla “filosofia” in base alla quale la Sjosten ha poi sviluppato tutto il suo approccio, per esaminarne le conseguenze relativamente all’ubbidienza di base (tema su cui verteva il seminario cui ho partecipato) e al modo di intendere la relazione col cane in generale. Analizzeremo anche l’insegnamento di alcuni comandi di base. Quello che segue è un piccolo sunto del seminario. Potete anche immaginare che sia la Sjosten stessa a parlare, seppure attraverso di me. Il quadrifoglio No, non dovete propinare dei quadrifogli al vostro cane. Il quadrifoglio è solo un’immagine ideata dalla Sjosten a beneficio dell’uomo, per rendere più facile la memorizzazione di un concetto. Qualsiasi cosa si voglia fare col proprio cane, tutto comincia con una buona relazione. Questa non si può comprare: bisogna lavorare ogni giorno, prima per crearla, poi per mantenerla. La relazione, ogni relazione, può attraversare momenti brutti e momenti belli, ma se non ci si lavora, quelli brutti finiranno per prevalere. A volte ce lo dimentichiamo e diamo le cose per scontate. Compriamo il cane, e crediamo di aver comprato, coi nostri soldi, anche l’amore del cane. Ma attorno al cane ci sono molte altre cose: altri cani, altre persone, animali selvatici, odori. Per ottenere quindi che il cane preferisca restare e lavorare col padrone e non andarsene per i fatti suoi, occorre che il padrone, agli occhi del cane, sia migliore di qualsiasi altra cosa: il cane deve scegliere il padrone. E come fa il padrone a rendersi tanto interessante da essere sempre, o quasi, il preferito dal proprio cane? Secondo Inki Sjosten dobbiamo dare al cane le quattro cose indicate nelle foglie del quadrifoglio. Tutte queste cose verranno utilizzate come premio quando il cane si comporterà come desiderato: Cibo. Ai cani piace il cibo. I bocconcini premio sono quasi sempre bene accetti dal cane. Possiamo cercare quelli che gli piacciono di più. “quell’angioletto del mio cane” Possiamo pensare al nostro cane in due modi. Possiamo avere un cane-diavolo, e possiamo avere un angelo. E spesso siamo arrabbiati col nostro cane. Corre dietro ai gatti, prende cose dal tavolo... Se siamo spesso arrabbiati col cane, la relazione ne risentirà. Siamo noi a dover imparare a comportarci bene. Per aiutare noi stessi, dobbiamo sempre vedere il nostro cane come un angioletto, perché proprio quando siamo arrabbiati col cane è necessario avere questa immagine in mente. Anche nel caso dovessimo mostrare dominanza al nostro cane, e alle volte è necessario per mantere l’equilibrio, se però continuiamo a pensare che il cane è un angelo, potremo mostrare dominanza senza rabbia e rancore, con un atteggiamento amichevole dentro di noi. Altrimenti diventiamo troppo duri e i cani percepiscono molto bene le nostre emozioni. Ma se pensiamo che il nostro cane sia un diavolo, rischiamo di scaricare su di lui le nostre frustrazioni. Mostreremo dominanza con rabbia, e quando siamo arrabbiati non lo facciamo nel modo giusto. Per il cane è facile avere paura di noi. Invece di dire “sì, hai ragione”, dice “accetto la tua dominanza”; ma lo fa solo per paura. È necessario un buon autocontrollo. Mettiamo di avere un cane a cui piace cacciare animali selvatici e che quando andiamo a spasso nei boschi sparisce e torna indietro dopo venti minuti. Se ogni volta che il cane torna a casa ci mostriamo arrabbiati... allora un giorno il cane penserà che siamo sempre arrabbiati e allora meglio starsene nel bosco. Se vogliamo che il cane scelga noi prima degli animali selvatici, dobbiamo offrire qualcosa di meglio in cambio. Quindi, quando vediamo arrivare il cane, il nostro pensiero dovrebbe essere: “ecco il mio angioletto che ritorna!” È un buon esercizio, anche per noi. Come potete vedere, noi siamo l’anello debole della catena. Noi diciamo spesso che la colpa è del cane, o magari è del giudice, oppure di quell’altro animale che lo ha distratto proprio in quel momento... e invece dobbiamo lavorare su noi stessi. E qui entra in gioco lo specchio. Dobbiamo avere sempre uno specchio con noi, virtuale, ma se volete anche fisico, per guardarci allo specchio e dire: “io sono responsabile di tutto quello che fa il mio cane. Dove ho sbagliato?”. Se non prendo i punti migliori nella gara, vuol dire che non l’ho addestrato abbastanza bene, oppure che sto chiedendo troppo al cane, e devo abbassare le mie richieste. In ogni caso la responsabilità è mia. Ammettere di essere la causa del problema può essere difficile, ma mi dà anche una grossa possibilità: essere io la soluzione. Il cane è il cane, siamo noi che dobbiamo cambiare. E più facile per noi cambiare, che dire al cane “devi pensare in un altro modo”. Lui non può leggere, non può guardare i video di addestramento. È un po’ duro accettare questo, ma se lo facciamo, diventiamo immediatamente i migliori compagni per i nostri cani. Silenzio! Il concetto successivo è quello del silenzio. Noi siamo abituati a parlare troppo. Se vogliamo che il cane ascolti la parola di comando che diciamo, deve esserci silenzio prima e dopo. Il cane non può capire le parole, sono solo suoni per lui. Se c’è una “musica” tutt’intorno, il cane non può notare la parola di comando. Possiamo parlare molto invece, durante la ricompensa sociale. In quella occasione si può anche “cantare” per il cane, il cane adora sentire tutte quelle paroline dolci; in realtà, quelle non sono parole; sono l’espressione di emozioni e sensazioni, ed è questo che il cane capta. Insomma, dobbiamo essere consapevoli di quando stiamo parlando e di ciò che diciamo. Per questo stesso motivo è anche bene, soprattutto nelle prime fasi dell’educazione, che nei momenti in cui cerchiamo di insegnare qualcosa al cane, tutt’attorno non vi siano disturbi. Poi, quando il cane avrà imparato e la nostra relazione sarà ben solida, il cane potrà eseguire degli esercizi anche in mezzo alla folla o ad altri cani. Il significato delle parole Come dicevamo, per il cane le parole sono essenzialmente suoni. Un buon modo per metterci nei panni del cane, suggerisce Inki, è quello di provare a usare, al posto dei soliti comandi, delle parole che non c’entrano nulla, tipo “casa” per “terra”. Per il cane non farebbe molta differenza; saremmo noi ad andare in confusione. È solo un esempio per aiutarci a capire che spesso noi diciamo delle parole al cane e pretendiamo che lui le capisca senza che gli abbiamo spiegato cosa significano. Posso dire “vieni” duecento volte, ma se il cane non ha mai imparato il significato di quella parola, non potrà mai obbedire. Stiamo arrivando a un altro concetto fondamentale nel programma di Inki Sjosten. Il suo metodo di insegnamento si chiama mental objective-oriented training, letteralmente “addestramento mentale orientato all’obiettivo”, che per capirci meglio è traducibile con “addestramento tramite attivazione mentale”, ovvero tramite la creazione di figure mentali. Già, perché anche il cane ha una mente. Essa, più che di parole, si serve probabilmente soprattutto di immagini, alle quali associa emozioni e sensazioni. A ogni parola che insegnamo al cane, deve corrispondere un’immagine mentale. E questa immagine mentale è l’esecuzione di un determinato comportamento, immediatamente collegata all’immagine della situazione di ricompensa. Nelle condizioni ideali, bastano solo cinque minuti perché un cane impari una nuova parola. Dipende dalla qualità della relazione e dal luogo in cui ci si trova. È un po’ come se stessimo costruendo un album fotografico per il cane. Ad ogni parola è associato un comportamento e, sempre, una ricompensa. In questo modo, quando diciamo un comando, il cane, dentro di sé, andrà a prendere l’immagine mentale della situazione di ricompensa. I sensi del cane Cerchiamo di capire meglio la difficoltà che incontra il cane nel comprendere le parole. Per i nostri cani, tutto ciò che riguarda l’odorato prevale sul resto. Ma quando un cane è all’aperto si guarda anche intorno; la vista è al secondo posto. Ma - dice Inki - non si conoscono cani che escono, chiudono gli occhi e si tappano il naso, e semplicemente ascoltano. L’udito è ragionevolmente al terzo posto, per un cane, anche perché quello che noi diciamo non significa assolutamente niente. Può darsi che il cane, semplicemente in base al tono della voce, formi nella sua mente concetti quali “questa è una persona carina” oppure “questa persona è arrabbiata”. Ma affinché capisca il significato di singole parole, siamo noi a doverci dare da fare. Dobbiamo far sì che l’ascolto, quando lavora con noi, diventi la cosa principale per il cane. Ecco perché dobbiamo essere attenti a ciò che diciamo, in modo da usare sempre la stessa parola, e in un modo neutrale, perché così il cane può riconoscere il suono. Se diciamo un comando, quella è un’informazione che richiamerà un’immagine mentale nel cane. Ecco perché la parola deve sempre essere la stessa, una sola, e deve essere pronunciata in tono neutrale. Se vogliamo raggiungere il suo udito e gli diciamo “vieni” agitando tutto il corpo, sapendo che l’udito per lui è il numero tre, quale messaggio raggiungerà il cane, la parola o la vista? La vista. E quando il cane non ci guarda o la vista è impedita da ostacoli o dalla lontananza, non avremo alcuna possibilità di farci obbedire, e questo è molto pericoloso, anche per la vita del cane, ed è deleterio per chi spera di gareggiare col cane in competizione. Se lavoro sul “terra”, il cane è seduto, io ho un bocconcino ben visibile in mano, e dico “terra”; pensate che il cane ascolti me o guardi il bocconcino? L’olfatto ha la prevalenza e il cane non ascolta più. E il giorno in cui non avremo il bocconcino in tasca... Se vogliamo che una parola, un suono, entri nella mente di un cane, dobbiamo essere fermi col corpo, e non avere un bocconcino in vista. Se riusciamo a far sì che il suono entri nella mente del cane, una volta che si sarà abituato ad ascoltare potrà riuscire a ricordare l’immagine mentale “vieni” anche se vede qualcosa che lo distrae. Bisogna quindi puntare sullo sviluppo dell’ascolto. Come? Insegnare il significato di una parola Secondo Inki Sjosten, dunque, quando insegnamo un nuovo comando dobbiamo seguire alcune regole. Innanzitutto dobbiamo stabilire un contatto visivo col cane. Iniziamo guardandoci, perché se ci guardiamo, il cane è in grado di sentire cosa diciamo. Intorno la situazione è tranquilla. È uno stato passivo, dove nulla succede, e allora il cane può notare quello che diciamo. Una volta che abbiamo il contatto visivo, diciamo “bravo”. Il cane si chiederà cosa vogliamo dire. Ma una volta detto “bravo”, dopo più o meno tre secondi, mettiamo la mano in tasca, e gli diamo un bocconcino. Se ripetiamo per alcune volte, dopo due minuti, quando diciamo “bravo”, il cane pensa “arriva un bocconcino”. E poi ripetiamo con un altro premio: le coccole, le palline, il tira-e-molla. Riassumendo: il “bravo” non è parte del quadrifoglio, non è un premio, ma deve essere come un avviso: “sta per arrivare qualcosa di gradevole”. Quindi “bravo” non è un’emozione, ma un’informazione. In gara, non è permesso dare cibo al cane durante la competizione, ma tra un esercizio e l’altro, possiamo dire “bravo”. Il cane penserà già al “quadrifoglio”. Questo è un modo per tenere il cane felice e attento, sapendo che presto arriverà il premio. È importante sviluppare anche gli altri “premi”, perché nella vita di tutti i giorni, non si può sempre avere il bocconcino in tasca, e allora si dice “bravo”, e gli si dà per esempio un premio sociale: l’attrazione sociale l’abbiamo sempre con noi, siamo noi stessi. Insegnare un comando Con tutte queste cognizioni nella valigia, ci manca un ultimo concetto. Per impararlo, proviamo a vedere nella pratica come insegnare un comando, per esempio “terra”. I tempi di attesa servono per dare il tempo al cane di ascoltare, memorizzare, cercare nella sua mente. E vediamo ora il punto 4. È molto utile che noi stessi ci formiamo un’immagine mentale di cosa significa quel comando e di come aiutare il cane a comprenderlo. Nel caso del “terra”, possiamo abbassarci a carponi, poggiando le mani a terra davanti a noi, o addirittura sdraiandoci del tutto se necessario, senza pronunciare altre parole, solo col linguaggio del corpo. Quando il cane esegue, allora pronuncio il “bravo”; solo dopo dò la ricompensa. Bisogna dare al cane il tempo di desiderare la ricompensa in arrivo, di formare un’immagine mentale che poi si realizzerà. Spesso non è facile pronunciare il “bravo” in maniera neutrale, ma basta un po’ di concentrazione. Poi, quando ricompensiamo, possiamo lasciarci andare a tutte le emozioni (positive) che vogliamo. Per riassumere: diciamo la parola, aiutiamo il cane, diciamo bravo, diamo il bocconcino. È sempre la stessa procedura. Il tempo tra l’ordine e l’aiuto deve essere gradalmente aumentato, per dare al cane il tempo di pensare e ricordare cosa deve fare. L’aiuto dato al cane deve sempre essere positivo. Se il cane tira al guinzaglio, dite l’ordine “piano”, tirate il cane verso di voi, e quando sarà al vostro fianco, dite “bravo” e poi date la ricompensa. All’inizio non è facile ottenere l’attenzione del cane. Quando una cattiva abitudine è già instaurata, eliminarla richiede un certo impegno e all’inizio può essere necessario applicare un minimo di forza o di dominanza, quel 10% di dominanza che la Sjosten ammette nel suo metodo, come quando trascino il cane verso di me col guinzaglio. Ma se gli offriamo un buon bocconcino, la terza o quarta volta che diciamo “piano”, il cane si volterà da solo. Se necessario, le prime volte tireremo il cane verso di noi. Oppure possiamo usare le palline. Diciamo piano, e poi lanciamo una pallina un metro dietro il cane. Quando il cane nota la pallina, a quel punto gioco col cane. Questa è un’altra immagine che si può creare nella sua mente: “piano” significa palline. Siamo noi a decidere quale immagine far associare al cane con ogni comando. Se abbiamo una buona cosa da offrire, al cane piacerà sentire la parola “piano”. E poi ogni volta che diremo piano, il cane si girerà, e giocheremo. Il passo successivo è che quando diciamo “piano”, il cane si gira e rallenta, diciamo “bravo” e poi proseguiamo, e ogni dieci volte che pronunciamo l’ordine, dobbiamo rinforzare l’immagine, ovvero dare la ricompensa. Per alcuni cani si può dare l’ordine massimo cinque volte e poi ricompensare, per altri cani basta ogni cento volte, ma se lo diciamo tante volte e non diamo mai il premio alla fine il cane smetterà di reagire. Non è difficile capirlo: se non c’è più il gioco, “piano” non è più una parola positiva. E al cane non piace obbedire a parole negative, è naturale, al cane non piace essere punito. «Certo - dice Inki Sjosten - questo è un altro modo di intendere le cose, ovvero che il cane faccia una cosa per paura di essere punito, ma non è il mio modo». Inki consiglia anche di non toccare mai il cane quando gli si vuole mostrare un esercizio. Il tocco diretto, la mano del padrone, dovrebbe essere associato solo alle coccole di ricompensa. Quindi, se dobbiamo insegnare il “seduto”, evitiamo di pigiare sul treno posteriore del cane. La prima reazione del cane è di fare resistenza, e solo esercitando una forza maggiore della sua resistenza otteniamo di farlo sedere. L’obbedienza non dovrebbe essere un gioco di forza. Un modo alternativo per far sedere il cane è di pronunciare il comando col cane in piedi a poca distanza davanti da noi. A quel punto alzare la mano chiusa al di sopra della testa del cane (restando in piedi). Automaticamente il cane tenderà a sedersi per seguire con lo sguardo la mano. A quel punto un tempistico “bravo” segnalerà l’imminenza della ricompensa. Il “no!” Parliamo un po’ della parola no, che deve essere comunque una parola positiva. Si può dire “no” in modo che il cane sia spaventato e interrompa il comportamento, ma un giorno il cane non sarà più spaventato, perché siamo stati arrabbiati molte volte e il cane sa che tanto poi ci passa. E quindi dice: «preferisco rincorrere il gatto; si arrabbia, ma lo posso sopportare». Se il cane non vive la relazione in maniera positiva, quando è nel periodo della terza maturità, verso i due anni, spesso succede che sia tentato di pensare «non ho più bisogno di te, me la posso cavare da solo, non ho più paura, me ne vado». Quindi questo non è un buon modo di pensare. Il cane non deve avere paura di noi. Vogliamo che rispetti ciò che diciamo perché pensa che ciò che diciamo è una buona cosa fare. Anche se si tratta di un “no”. Quindi “no”, per il cane, dovrebbe semplicemente essere una parola che gli segnala che sta per ricevere qualcos’altro in cambio di ciò a cui sta rinunciando. E quel qualcos’altro sono sempre le ricompense del quadrifoglio. Spesso il “no” può essere associato a un successivo comando, come “vieni”, al quale segue la ricompensa. Quindi il no è come dire: attento, sta per arrivare un’altra parola, sii preparato. Ma questo vale se hai un cane che ha voglia di ascoltarti, e si ritorna alla qualità della relazione; il cerchio si chiude. Cambiare l’immagine mentale Qualsiasi cosa il cane stia per fare, si può far sì che pensi ad altro; si può cambiare l’immagine nella sua mente. «Ho provato con Ito che correva dietro a Molly - dice Inki - Lei è molto rapida e Ito cercava spesso di acchiapparla. Lui era un “killer”, lo faceva spesso coi conigli. Così quando correva dietro a Molly e diventava sempre più eccitato, e io avevo un po’ paura che una volta che fosse riuscito a prenderla avrebbe potuto farle del male. A lei non importava niente e continuava a correre. Ma non andava bene per Ito, perché quel gioco stimolava ulteriormente il suo istinto predatorio, e io non volevo che corresse dietro agli animali selvatici (in Svezia questo è un problema molto più diffuso che da noi, data l’abbondanza di boschi e natura; n.d.r.). Osservandolo ho capito che quando rincorreva Molly, Ito aveva un’immagine mentale: poteva vedere se stesso con Molly in bocca, a scuoterla come avrebbe fatto con una preda. E a quel punto, ben prima che l’avesse acchiappata, dicevo a Ito “lascia!”, un comando che lui già conosceva, e lui smetteva di rincorrere Molly. Quello che succedeva era: mentre rincorreva Molly, Ito aveva in mente l’immagine della presa; io gli dicevo “lascia”; a questa parola è associata l’immagine opposta, ovvero quella di aprire la bocca e allora Ito smetteva automaticamente di rincorrere Molly». Come dire, è utile immedesimarmi nel cane, immaginare cosa c’è nella sua mente in quel momento, e sostituire quell’immagine con una nuova immagine a noi più gradita, attraverso una parola di cui ovviamente gli abbiamo già insegnato il significato. Un altro esempio dalla vita di Inki e Ito: «C’è qualcosa sul tavolo e lui sta per saltare su a prendere quella cosa. Gli ho insegnato il significato della parola “giù”. Quando vedo che si avvicina al tavolo e sta per saltare gli dico subito “giù”. Lui ha in mente l’immagine di mangiare quel qualcosa, ma io faccio in modo che non faccia nemmeno il primo passo verso quella cosa. E quando lui lascia perdere il cibo sul tavolo, io dico bravo, e gli dò un altro premio, per esempio lo porto fuori e gioco con lui». Se vogliamo eliminare un comportamento, il punto numero 1 è: non succederà mai. Se abbiamo un cane che abbaia a un altro cane, primo: teniamo una distanza sufficiente dall’altro cane a far sì che il nostro non abbai; poi diciamo “bravo” e lo premiamo. La volta dopo andiamo un po’ più vicino, finché il cane può sopportare la vista dell’altro cane, e di nuovo lo premiamo. Se invece portiamo il cane direttamente vicino all’altro cane, lui inizierà ad abbaiare e se anche gli diciamo “no”, facilmente non otterremo nulla. Cercare di comprendere il cane, di anticipare i suoi comportamenti, di “leggere” nella sua mente, non è così difficile. Questo è vero amore: cercare di comprendersi sul serio. «La cosa peggiore - dice ancora Inki - è che ci sono persone coi cani aggressivi che li puniscono ogni volta. È molto triste. Perché ogni aggressività è paura, e non puoi picchiare qualcuno che ha paura. Il cane aggressivo ha bisogno di aiuto e non di essere picchiato». Per concludere, qualche massima raccolta qua e là. È utile insegnare al cane la parole “fine” per indicargli che gli esercizi sono finiti e che può rilassarsi. Questo vale soprattutto per i cani che lavorano sul campo o in gara, a livello competitivo o meno. Non si può pretendere che il cane sia attento 24 ore su 24. Secondo Inki Siojsten è utile anche, per chi gareggia, usare due parole per lo stesso comportamento, una per la gara (dove l’esecuzione deve essere pronta e veloce) e una per la vita quotidiana. Ogni ordine deve essere costituito da una sola parola. Se diciamo due parole, il cane in realtà ascolta solo la prima. Per questo motivo non bisogna pronunciare il nome del cane prima del “vieni”; ma al limite aggiungerlo dopo, a meno che il cane non si trovi in gruppo in mezzo ad altri cani. BOX 1 __________ BOX 2 Commento: anche se il cane viene da voi molto lentamente, dite “bravo” e date il bocconcino. Poi prendete lo specchio, guardatevi, e chiedetevi dove avete sbagliato. Perché viene così lento? Forse l’immagine mentale del “quadrifoglio” si è un po’ sbiadita. In quel caso dovete rafforzare il “quadrifoglio” ed essere più attivi. BOX 4 |
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